Jacopo Pannocchia nasce a San Severino nel 1987. Vive e lavora a Macerata. Diplomato all’Istituto d’Arte e nella classe di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Macerata. Specializzato nel campo della grafica d’arte I versanti di creazione ed interesse sono la grafica, soprattutto del disegno / pittura su carta e l’incisione, in cui il segno ruvido e incavato è ingrediente e fondamento di una investigazione su un immaginario di inquietudine e trasformazione di cui la forma e figura umana, colta nella sua nudità selvatica, è veicolo principale. Un inventario figurale che si nutre di molteplici suggestioni (anatomia, araldica, iconologia, storia sacra, enciclopedismo naturalista) ma che sa darsi come effetto di una unica provenienza e familiarità di stile. Ad essi egli unisce il mestiere e la passione per l’insegnamento della disciplina plastico scultorea e delle arti grafiche nei Licei Artistici.

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Tecnica difficile quella dell'incisione, richiede mestiere. E non a caso si usi il termine "mestiere", quale sinonimo di lavoro, nel senso che Baudelaire gli dava, lavoro come "potenza dell'idea fissa, potenza della speranza". Una tale predisposizione al fare artistico sembra andare contro tutte le diverse incarnazioni dello stato attuale delle arti, e forse proprio per questo siamo rimasti nell'attrazione delle opere di Pannocchia, per le ragioni della qualità, della vocazione al fare, del "lavoro" appunto. Una serie di acqueforti e di disegni in mostra negli spazi minimi di una libreria antiquaria, opere scelte, dove scelta è parola chiave, non nella dimensione della retrospettiva, vista anche la giovane età dell'artista, ma a dare l'idea di un percorso, di work in progress, di laboratorio. Un'incursione che è insieme presa di posizione rispetto al proprio lavoro e rispetto al mondo. Un'arte nordica, questa di Jacopo Pannocchia, pur marchigiano, un bianco e nero senza mediazioni,  dall'espressione marcata, carico di simbolismi se non occulti almeno stregoneschi, dove il segno intuito e irregolare si sposa a contenuti grotteschi. Un'arte celtica, che ritorna latina grazie alla lezione di una certa tradizione novecentesca del disegno tutta italiana.


Danni Antonello
 

Mi pare che l’esperimento desiderato da Jacopo Pannocchia sia davvero “classico”, a tal punto da costituire, a suo modo, una contestazione o un’ avanguardia a ritroso rispetto alla mode che prediligono o l’eccesso di frammentazione, o il superficiale colpo d’occhio, o peggio ancora “macchie” che si confondono facilmente con le figure utilizzate in psichiatria per il test Rorschach.
Qui Pannocchia diventa petrarchesco esibisce un “Secretum”, un box apparentemente tombale a mo’ di epigrafe. Cosa c’è dentro questo segreto, c’è il cuore. Cuore che nella diastole e sistole accorda i due registri, quello della poesia e quello del segno inciso.
Noto, debbo dire con stupore come il messaggio di Remo sia nel nostro caso abbastanza tradotto.
Da amico davvero intimo o da “biografo” come Remo ironicamente mi chiamava, mi accorgo che la scelta della tecnica incisoria è quella che più si avvicina alla ferita dell’autore. Non tanto perché nella poetica del nostro amico il filo costante sia quello di un apparente nichilismo e desiderio dell’oltranza, quanto perché, lo confermo per pura suggestione, i “segni” di Pannocchia che incidono alberi, mani rivolte verso l’alto, paesaggi da “Wasteland” rappresentano un simbolico estratto o consuntivo di Pagnanelli.
È davvero curioso notare come una generazione lontana dal sottoscritto e dallo scriba assente, voglia far riemergere attraverso un “contenitore” la leggerezza della carta e di quel vento che Remo ( ma anche Leopardi) si augurava fosse chiave verso un infinito raggiunto o per fede o per arte. Vento augurale che spero investa la vita e il lavoro del giovane Jacopo Pannocchia.

 


Guido Garufi 
 

Figura e prostrazione

 

Dominare la figura nel disegno, esercitarlo come primaria soglia di ogni possibile forma di un'opera. Ciò  è stata la vera spina dorsale della tradizione occidentale, e non, nel suo stesso farsi. Ma il disegno va ben al di là di questo essere il primo passo verso ogni supporto futuro, che sia la pittura, la scultura o l'incisione. Dal Carnet di Villard D'Honnecourt sino alle pagine più splendidamente segrete, riserva degli amici, dei disegni di Victor Hugo, per giungere alle tracce vorticose di Giacometti, il disegno, con tutte le sue licenze materiali (dall'inchiostro, alla tempera, al carbone, a mescolanze di pigmenti, estrazioni, aderenze come ricerca perenne con la carta ed altri materiali) è ciò che dischiude, lascia giacere, trattiene il segno come sigillo di tutta l'opera di un autore, oltre ad esserne  suo giacimento e costante, a cui sempre guardare.

 

In questo senso le figure di Jacopo Pannocchia ci esortano a riconsiderare il fatto che il segno ha il suo emblema, la figura la sua araldica nella pratica del disegno. Non suoni sibillina questa frase. Il farsi stemma del segno si basa su circostanze impercettibili, dove il lavoro è praticamente di rinvenimento ed attesa, processo simile ad una cattura, allo stipulare un confine, o una egida, oltre che ad un esercizio verso la forma o lo stile: la mano abita la sua tensione, la pressione trova la sua finitura, la carta accoglie l'ombra e la luce, giunge infine la figura, finalmente e finemente abbandonata. In questo senso ogni atto di disegno potrebbe darsi come un atto di prostrazione, gravitazione verso il basso anche quando si detta al verticale, solco e scarica muscolare, esaurimento e soluzione verso la conquista intesificatrice, densificatrice della traccia dell'inchiostro e del pigmento.

 

I corpi, o sarebbe meglio definirli come il "restante", il "residuo", si rinvengono allo sguardo dotati di una spoliazione non semplicemente anatomico-materiale, anela nel segno l'inchiodare della sua più intima ombra. L'autore investiga questo regno cercando ogni volta di far sì che il foglio, con la sua variante di assorbimento ed esaltazione dello scuro e del luminescente, sia una invisibile catafalco, svuotata sindone sepolcrale, suggerenteci con fermezza un atto in ostensione: ogni reliquario è uno scrigno di polveri e brandelli, è disintegrata anatomia e monito all'incompiuto, ostinato alla custodia. Un lascito dormiente verso l'oblio.

 

 

 

Edoardo Manuel Salvioni

Jacopo Pannochia’s drawings and prints that talk about his existentialism as a romantic, bohemian and a punk with a desire to be free to express the dark side and contradiction of our ‘debauched’ soul. His work is like that of a demented poet, resistant to the narrative of his immediate community.

Franko B

Jacopo Pannocchia | Drawings and Prints

jacopopannocchia1@yahoo.it